Il contratto di distribuzione è una delle modalità più comunemente impiegate, assieme alla creazione di una sussidiaria americana, per espandersi commercialmente negli USA. Instaurare un rapporto di distribuzione con una società USA permette a una società italiana di limitare la propria responsabilità verso i consumatori finali e altre terze parti, ad eccezione per quel che concerne la responsabilità da prodotto (Product Liability). La disciplina di questa fattispecie contrattuale è, di norma, lasciata alla libera disponibilità delle parti (freedom of contract) le quali possono predisporre il testo contrattuale con grande libertà, specie per quel che concerne la risoluzione del contratto e le eventuali obbligazioni post-risoluzione.

Tuttavia, il rapporto contrattuale deve essere di volta in volta analizzato con grande attenzione in quanto può essere ricondotto alla fattispecie del franchising, così come regolata dalle leggi degli Stati in cui la società si trova a fare affari. Se il rapporto alla base di un contratto di distribuzione viene considerato franchising, la relativa disciplina statale trova automatica applicazione[1].

Pur essendo consolidato che le leggi sul franchising possono essere applicate ai contratti di distribuzione, non vi è certezza in merito ai requisiti che il contratto di distribuzione deve soddisfare affinché venga ricondotto alla fattispecie del franchising; conseguentemente, la qualificazione di un contratto di distribuzione come contratto di franchising va valutata caso per caso, sulla base delle circostanze sottostanti e caratterizzanti il rapporto contrattuale. Per quel che riguarda la maggior parte degli Stati, qualunque contratto di distribuzione caratterizzato da (a) suggerimenti di marketing da parte del produttore (definiti come marketing o prescribed plan), (b) la vendita in proprio da parte del distributore di prodotti recanti il marchio del produttore, (c) il pagamento di un fee da parte del distributore ovvero l’acquisto, da parte sua, di beni prodotti dal produttore, rischierà di venire classificato come franchise.

Una minoranza di Stati ha implementato una definizione di franchise non basata sul requisito del marketing o prescribed plan, ma ha fondato la norma sulla presenza di un community interest (ovverosia un prolungato e continuo interesse finanziario tra parti alla buona riuscita dell’operazione commerciale). In particolare, questi Stati definiscono il franchise come un rapporto contrattuale nel quale: 1) è assicurato al franchisee il diritto di vendere/distribuire beni o servizi impiegando il marchio, licenze, o altro simbolo commerciale del franchisor, (2) vi è una comunanza di interesse (“community interest”) tra franchisor e franchisee, e (3) viene prevista la corresponsione di un fee in cambio dei prodotti e/o licenze ottenuti. È ovviamente molto difficile che un contratto di distribuzione non rientri in questa definizione di franchise in quanto l’unico modo per non ricadervi sarebbe evitare di contrassegnare i prodotti venduti con il proprio marchio.

Va infine sottolineato che l’applicazione delle singole leggi statali sul franchising non può venire esclusa mediante la scelta di un diritto diverso da applicare ad un contratto: se la prestazione deve essere svolta in uno Stato con una disciplina sul franchising (e il rapporto di distribuzione viene ricondotto al franchise) questa troverà applicazione. Ovviamente, l’effettiva applicazione della normativa sul franchising dipende da una valutazione da parte dei giudici, i quali devono valutare gli elementi alla base dello specifico rapporto di distribuzione per determinare se può essere ricondotto alla fattispecie del franchise.

 

[1] La disciplina sul franchising è regolata a livello federale dalla Federal Trade Commission e a livello statale dalle singole amministrazioni statali. Le normative statali sono piuttosto eterogenee, privilegiando di volta in volta diversi aspetti del rapporto contrattuale. Molto spesso le previsioni mirano a tutelare l’affiliato (franchisee) consentendogli di recuperare, almeno in parte, il proprio investimento (obbligando l’affiliante – franchisor a riacquistare le giacenze in magazzino o a compensare il franchisee per il mancato profitto prospettato), proteggendolo inoltre dal recesso unilaterale ingiustificato da parte del franchisor.  Queste discipline non sono, di norma, derogabili; anche qualora le parti dovessero prevedere contrattualmente l’applicazione di un diritto specifico alle obbligazioni dedotte in contratto mediante l’inserimento di una clausola sulla legge applicabile, quest’ultima non impedirà l’applicabilità della disciplina sul franchising dello Stato in cui la prestazione deve essere svolta, a patto che il rapporto contrattuale presenti le caratteristiche e i requisiti che definiscono un franchise.